Gotthard Schuh – una specie d'infatuazione

dal 30 maggio all'11 ottobre 2009

    

Il pioniere del fotogiornalismo moderno, Gotthard Schuh (1897-1969), è considerato uno dei più grandi fotografi del Novecento, con uno stile personale vicino a ciò che si definisce come "realismo poetico". Schuh sapeva che lo sguardo del fotografo sul mondo è sempre soggettivo e che questi deve essere immerso nel momento presente per poter riuscire ad afferrarlo in modo intuitivo. Quarant'anni dopo la scomparsa di Gotthard Schuh, la Fondazione svizzera per la fotografia ha intrapreso un nuovo inventario del patrimonio del fotografo nel suo possesso. La retrospettiva, accompagnata da un'ampia monografia, mette a fuoco questo sguardo soggettivo che è la chiave della coerenza interna caratterizzante il suo mondo visivo, ciò che egli stesso chiamava "una specie d'innamoramento".

Minatore, Winterslag, Belgio, 1937
© Fotostiftung Schweiz

Cancan al Tabarin, Parigi, 1936
© Fotostiftung Schweiz

Sarna, Bali, 1938
© Fotostiftung Schweiz

Dalla "nuova fotografia" al reportage
Come la maggior parte dei fotografi della sua generazione, Schuh è un autodidatta. Ha già alle spalle una carriera artistica di tredici anni quando, intorno al 1930, scopre la macchina fotografica come mezzo di espressione, lasciandosi trasportare dallo spirito di rottura della "nuova fotografia". E infatti, nelle sue prime opere pubblicate spiccano gli effetti ottici e una composizione densa. Ma gli interessi di Schuh tendono soprattutto verso lo spettacolo del quotidiano, scene in apparenza banali, che si rivelano piene di mistero, come le prime frasi di un racconto. Questo approccio gli permise inoltre di entrare nel mondo del fotogiornalismo, che negli anni trenta si stava orientando verso la modernità. In Svizzera, uno dei giornali più importanti da questo punto di vista è la Zürcher Illustrierte (ZI) di Arnold Kübler, dove dal 1932 Schuh comincia a lavorare, insieme ai fotografi Hans Staub e Paul Senn.

Esercito della Salvezza, Zurigo, 1934
© Fotostiftung Schweiz

Allievi nei pressi di Perugia, 1929
© Fotostiftung Schweiz

Viaggio in Asia – e viaggio interiore
Nel 1941, dopo dieci anni in prima linea, Schuh si ritira dalla vita frenetica del giornalista per diventare il primo redattore fotografico della Neue Zürcher Zeitung. Insieme a Edwin Arnet, Schuh crea l'inserto "Das Wochenende", che in poco tempo diventa un forum riconosciuto per la fotografia, e che gli permette di continuare a pubblicare i propri reportage, ma anche di presentare sia il lavoro di giovani sconosciuti, sia quello di fotografi di reputazione internazionale. Una parte importante della sua creazione è rivolta però a una serie di libri, di cui il più famoso e, con tredici ristampe, di maggiore successo, è senza dubbio Inseln der Götter, del 1941: vi si trovano immagini riportate da Schuh da un viaggio di undici mesi trascorsi a Singapore, Sumatra e Bali poco prima dell'inizio della seconda guerra mondiale. Ciò che a prima vista potrebbe sembrare una semplice fuga dentro un mondo paradisiaco di donne seducenti, diventa, sotto disamina, soprattutto un'unione riuscita di reportage e introspezione, un viaggio nel mondo interiore del fotografo stesso.

Un bramano di alto rango prega con suo figlio, Bali, 1938
© Fotostiftung Schweiz

Ragazzo che gioca, Giava, 1938
© Fotostiftung Schweiz

«Ognuno vede solo quello che corrisponde alla sua natura»
In Inseln der Götter, Schuh privilegia più di una volta il valore poetico delle sue foto alla loro autenticità documentaria. In seguito, egli usa spesso la sua macchina fotografica per esprimere le sue fantasie e i suoi sentimenti, consapevole del fatto che le immagini del mondo esteriore corrispondono alle immagini interiori: "Ognuno rappresenta solo quello che vede, e ognuno vede solo quello che corrisponde alla sua natura". Questo credo è presente in modo particolare in un libro che Schuh pubblica nel 1956, Begegnungen. Accostando liberamente foto vecchie e recenti, il fotografo svizzero crea una nuova opera perfettamente coerente. Begegnungen si adegua agli obiettivi stabiliti dal "Kollegium Schweizerischer Photografen", creato nel 1950 da Schuh, Paul Senn, Walter Läubli, Werner Bischof e Jakob Tuggener. Questo gruppo, che unisce in modo relativamente sciolto i grandi nomi della fotografia svizzera, promuove una forma di lavoro che rimette al centro dell'attività fotografica lo stile dell'autore e il gesto artistico. All'interno del "Kollegium", Schuh si distingue per le sue immagini radicate spesso in un gesto appassionato d'innamoramento o della perdita di sé, dove il confine tra sogno e realtà diventa fluido. Di grande interesse a questo proposito sono le sue rappresentazioni di donne e di coppie amorose. Perfino negli anni '50, Schuh continua a riprendere i motivi che gli interessavano come pittore negli anni '20: non esita a costruire certe scene perché si avvicinino alla sua immaginazione. In questo modo, il fotografo raggiunge una concentrazione poetica che conserva ancora oggi tutta la sua forza.

Peter Pfrunder

Traduzione di Giovanni Nicoli

Pubblicazione:
Gotthard Schuh – Eine Art Verliebtheit. A c. di Peter Pfrunder in collaborazione con Gilles Mora. Con testi di Peter Pfrunder, Gilles Mora, Martin Gasser. 312 pagine, 200 ill.
Steidl Verlag, Göttingen 2009.

La Fondazione Svizzera per la Fotografia amministra i diritti delle fotografie di Gotthard Schuh. A partire dal giugno 2009 circa 300 di esse verranno messe a disposizione del pubblico nella banca dati online della Keystone AG, Zurigo (www.keystone.ch).

Con il sostegno di:
Ufficio federale per la Cultura, Lotteriefonds del Cantone di Zurigo, Stadt Winterthur, Pro Helvetia, Migros-Kulturprozent, Stiftung Erna und Curt Burgauer, Zuger Kulturstiftung Landis & Gyr, Jean-Marc Payot, Cassinelli-Vogel-Stiftung, Neue Zürcher Zeitung